Riforma Gelmini Università: legge in atto nell’anno accademico 2011 / 2012



La riforma è stata annunciata per la prima volta dalla Gelmini due anni esatti fa, a fine 2008. Il ddl risale all’ottobre 2009 e si è iniziato a discuterne in senato a marzo del 2010, ma la discussione si è protratta per diversi mesi a causa degli 800 emendamenti presentati da tutte le forze politiche.
Con la riforma viene abolita la possibilità che il docente universitario si avvalga dei due anni di trattenimento in servizio. Il docente ordinario dovrà andare tassativamente in pensione a 70 anni, mentre il professore associato dovrà andare tassativamente in pensione a 68. Più spazio dunque ai giovani, e viene favorito il turn over.
Con la legge viene poi previsto il varo di un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele.
Vigerà quindi il divieto di chiamata, da parte delle università, per docenti che abbiano un grado di parentela “fino al quarto grado compreso con un professore appartenente al dipartimento o struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un consigliere di amministrazione dell’ateneo”.
Un rettore potrà rimanere in carica un solo mandato, per un massimo di sei anni, inclusi quelli già trascorsi prima della riforma Inoltre alle università che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente verranno ridimensionati i finanziamenti ministeriali.
La riforma introduce anche una distinzione netta di funzioni tra Senato e consiglio d’amministrazione. Il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico ma sarà il cda, cui è affidato anche compito di programmazione, ad avere la responsabilità chiara delle assunzioni e delle spese, anche delle sedi distaccate. Agli atenei sarà dato modo di fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e abbattere costi inutili a favore della qualità della didattica e della ricerca. Poi, per evitare la moltiplicazione di facoltà, ogni ateneo potrà averne al massimo 12 per ateneo.
Il ddl introduce l’abilitazione nazionale come condizione per l’accesso all’associazione e all’ordinariato. L’abilitazione è attribuita da una commissione nazionale sulla base di specifici parametri di qualità. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole università, cui potranno accedere solo gli abilitati. La riforma prevede anche un cambiamento delle tipologie di  reclutamento, con l’introduzione di un sistema di tenure-track: contratti a tempo determinato di sei anni (3+3).
Al termine dei sei anni se il ricercatore sarà ritenuto valido dall’ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come associato. In caso contrario, per evitare il fenomeno dei “ricercatori a vita”, terminerà il rapporto con l’università ma il ricercatore maturerà titoli utili per i concorsi pubblici. Inoltre, il provvedimento abbassa l’età in cui si entra di ruolo in università, da 36 a 30 anni, con uno stipendio che passa da 1300 euro a 2100.